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venerdì 31 dicembre 2010

2011 IN DIECI BUONI PROPONIMENTI

Siamo a fine anno. Un anno di storie. Ogni giorno una storia. Raramente una storia nuova al giorno, forse, piuttosto, la stessa storia in 365 micro-capitoli
Bhé... vista così, se non l'abbiamo vissuta in questo modo abbiamo sprecato un bel po' di tempo. Vero?
Lo dico non per martellare quel briciolo di autostima che ci è rimasta, ma per trovare un buon motivo per non mollare, non ancora, il nostro scrivere.

Dunque, vediamo di affrontare la questione di petto: c'è chi vive alla Kerouac-style o Bukowski-style o William.S.Burroughs-style e... chi no. 
Intendo dire che molti grandi Scrittori non hanno vissuto la loro esistenza  oltre ogni limite del ragionevole e dell'irragionevole, anzi. Molti di questi Grandi avevano un quotidiano piuttosto regolato e disciplinato e, nonostante ciò-udite udite, hanno scritto dei pezzi mirabili di Letteratura, che sopravvivono ai tempi e hanno valicato qualsiasi spazio materiale e spirituale gli si frapponesse. 

Devo aggiungere altro? Massì, lo aggiungo: c'è una cosa soltanto che distingue il buon narratore dal pessimo narratore... l'uso che fa dei suoi cinque+1 sensi e la generosità con la quale li mette in campo mentre narra la sua storia. 
Puoi darti alla wild-life di un qualsiasi raccontastorie da strapazzo, e non essere letto con piacere da nessuno perché gli avari non fanno gran simpatia.


Per donare con generosità (il che comporta sempre un costo a livello emotivo-spirituale, bisogna dirlo) devi essere cosciente di ciò che hai. E decidere quanto vuoi dare di te a chi ti leggerà. In cambio non avrai molto. Forse qualche buona parola, ma in definitiva nulla è ciò che ti rimarrà. Quel "nulla" sarà pieno, sarà il tuo tesoro. Ti permetterà di rifarlo senza aspettarti altro in cambio. Se qualcosa arriverà andrà bene, ma non sarà poi così importante quanto la tua capacità, ormai assodata, di saper dare con generosità.


Non significa scrivere tanto, ma quel poco scriverlo bene.
Non significa scrivere sempre, ma quando lo si fa farlo con ogni cellula di sé.
Non significa scrivere ogni pensiero che ci passa per la testa (sarebbe svuotare il bidone dell'immondizia in mezzo alla strada e... anche se ci fanno credere il contrario, è cosa che non si fa!), ma mettersi da parte il più possibile per far parlare la nostra Storia.


Mi sono dilungata, forse mi sono ripetuta, ma passo immediatamente alla lista dei 10 must (rigorosamente al rovescio, tipo countdown) per questo 2011 che è gia qui:


10 - Mi apro al mondo (guardo, annuso, gusto, tocco, ascolto... e rielaboro)
9 -   Evito i "già sentito", "già detto", "già digerito", "già maledetto/benedetto" (rivisito tutto)
8 -   Se qualcuno mi parla... ascolto (poi inizierò a elucubrare, soltanto dopo)
7 -   Finisco di scrivere almeno una delle storie lasciate in sospeso da troppo tempo
6 -   Leggo di più, ma non tutto quello che mi capita... scelgo per bene in cosa immergermi
5 -   Se sto vivendo un istante felice me lo godo (lo scriverò, casomai, dopo)
4 -   Una volta al giorno mi concentro su qualcosa che non sia me stesso/a
3 -   Quando mi capita di "sentire" qualcosa (dicesi emozione) mi premuro di capire cosa sia e di riportare quel "sentire" con parole che siano meno vaghe e sciocche (riprovo ostinatamente finché ci riesco - fosse l'ultima cosa che faccio!)
2 -   Se mi accorgo di esagerare ci dò un taglio e la smetto di prendermi troppo sul serio
1 -   Mantra (da ripetersi ad libitum):

"Scrivo non come condanna ma come liberazione dal mio ego"


E ora, a tutti voi che siete qui e anche a chi non c'è,  auguro un OTTIMO 2011
che lo scriviate o meno non fa differenza, quello che conta è che LO VIVIATE PIù CHE POTETE!







(to be continued)

venerdì 24 dicembre 2010

... QUALCOSA DI BUONO

Ci risiamo, anche quest'anno devo cercare un modo per giustificare queste feste che se non le prendi bene diventano letali.
Anche sulla terra-che-non-c'è la frenesìa si spreca, si sa che le Storie di Natale sono tante e che alcune (solo alcune) si riascoltano sempre con piacere.
Visto che è il primo Bianco Natal che festeggio su questo blog ho pensato di raccontarvi una storia che non avete mai sentito prima. Una cosa piccola, ma che è nata come cosa buona e (strano, ma vero) lo è rimasta fino ad ora, ora che è cosa buona di tutti.
E' giusto precisare che quel "buona" non fa riferimento alle festività natalizie, è qualcosa che porta in sé il buono in qualsiasi stagione, a qualsiasi latitudine e longitudine terrestre e sotto qualsiasi stella la si voglia guardare.
E' nato tutto da Chiara, una mia cara amica, che lavora come animatrice in una Casa di Riposo della provincia di Brescia, non lontano da dove vivo io. Conosco Chiara da anni e so quanta anima e quanta energia ci mette nello svolgere bene il suo lavoro, che più che un lavoro è una vera e propria vocazione. Mettere a disposizione degli altri i propri sorrisi e il proprio affetto  è sempre ammirevole, ma farlo con passione e credendoci ogni giorno non è da tutti.
Bene, Chiara fa questo. 
Ogni giorno accoglie nel suo "ufficio-stanzatuttofare" gli ospiti della Casa di Riposo e si inventa per loro piccoli progetti da realizzare per occupare bene il tempo e sollevare un po' quel velo di tristezza che è compagna di molte persone anziane (e non solo). 
Parole incrociate in dialetto bresciano, Castagnata con elezione di Miss Castagna, e lo scorso anno è riuscita a convincere i suoi Nonni a recitare in una vera rappresentazione teatrale (con grandissimo successo).
Insomma... avevo detto piccoli progetti, rettifico: GRANDI progetti, davvero grandi (soprattutto perché i benefici sul morale degli ospiti è evidente).
Uno di questi progetti è stato appena realizzato partendo da un desiderio di Chiara, ovvero scrivere alcune delle storie che appartengono ai suoi Nonni e raccoglierle in un libretto che possa rimanere come testimonianza, e ricordo,  per parenti e amici.
Grazie all'affetto che i Nonni nutrono per Chiara e i suoi occhioni celesti sorridenti, sono stata accolta tra loro per qualche settimana con tanto calore e fiducia e ho avuto il privilegio di ascoltare quelle voci (e osservare quei volti) ricordare degli episodi di cui sono stati protagonisti.
Non sempre è facile e indolore ricordare, spesso non ci si sente dell'umore adatto per condividere ciò che abbiamo conosciuto e provato sulla nostra pelle... e molto spesso anche quando vorremmo farlo ci mancano le parole, o ci manca qualcuno che con un sorriso si sieda accanto a noi pronto ad ascoltarci.
Succede ai piccoli, succede agli adolescenti, succede agli adulti, e forse succede troppo spesso alle persone che avrebbero davvero tanto da raccontare perché tanti sono gli anni trascorsi su questa terra.
Vorrei raccontarvi dell'emozione provata mentre Angelo suonava per me l'armonica, o quando mi hanno cantato tutti insieme "Il Primo Amore" (che,  ovviamente e purtroppo, non conoscevo), o di quando mi salutavano alla fine dell'incontro e mi chiedevano:
"Ma lei ritornerà?"
Ve lo lascio immaginare...
Però, voglio permettermi di ricordarvi una cosa: 
cosa rimane della nostra vita se, quando raggiungiamo la soglia della trasformazione finale, non lasciamo le nostre storie a qualcuno che le possa custodire e far conoscere ai nostri discendenti?
Rimarrebbe soltanto una imperdonabile consapevolezza di spreco e di triste epilogo, vero?
Dunque, se qualcuno ci chiede di sederci lì accanto per ascoltare una storia, non facciamo gli asini, non diciamo di no, evitiamo di sbuffare malamente bofonchiando che non abbiamo tempo da perdere.
Quello è un dono.
Il meglio che si possa chiedere, il meglio che si possa desiderare, perché non comporta egoismo e cialtroneria. 
Solo ascolto e cuore.
Se volete leggere queste piccole storie frutto dei racconti che i Nonni di Chiara mi hanno confidato vi lascio questo link
si tratta di un quotidiano on line di informazione, documentazione e ricerca socio-sanitaria, medeu.it, che grazie alla sensibilità della redazione, diretta da Carlo Baiamonte (che ringrazio con tutto il cuore), ha voluto con molta generosità dare modo a chiunque passasse da loro di conoscere questa mia avventura Neverlandiana.    
Non mi resta che augurarvi buoni e sereni giorni di festa...
ringrazio ancora i Nonni, Chiara, la Casa di Riposo di Calcinato, medeu.it e chiunque avesse voglia di fermarsi un attimo ad ascoltare queste storie.
Auguri Folks!
Barbara (Favaro)

martedì 21 dicembre 2010

QUANDO LE STRADE S'INCROCIANO A NEVERLAND...

Facciamo una pausa, le chiacchiere spesso rimangono quel che sono: soltanto chiacchiere. Miriamo ai fatti, lo preferisco (dicesi pragmastismo friulano).

Come vi avevo accennato qualche settimana fa (grazie per esservi uniti a me nel frattempo) la forza di "NEVERLAND... dove vivono le Storie" sono le... Storie. Appunto. 
Tutti sappiamo, però, che una storia per procedere e realizzarsi (pagina dopo pagina) ha bisogno di azione. L'azione viene "portata avanti" dai personaggi. Va da sé che io mi trovi, per forza di cose, ad interpretare il ruolo principale di questa storia visto che l'ho messa in piedi e ne sono la responsabile.
Fossi da sola sarebbe triste, storia finita ancor prima di iniziare, ma... la mia fortuna è stata INCONTRARE sulla mia terra-che-non-c'è altri personaggi, del tutto reali, con i quali scrivere sempre nuove pagine e far avanzare la narrazione.

Questa premessa (forse inutile, ma anche gli orpelli a volte servono) mi è indispensabile per raccontarvi di un incontro importante, e farvi conoscere un co-protagonista di questa storia che si scrive un po' per volta e senza fretta (il che è per certi versi salvezza e per altri condanna): 
 
Signore e Signori, vi presento 
Giorgio Matteotti.

Giorgio si definisce "un uomo antico", ma col tempo ho scoperto che è solo un suo modo astuto per depistare chi si lascia facilmente fuorviare dal suo talento ironico e autoironico.
In realtà, Giorgio è un abile giocoliere che non fa mai difettare la sostanza nell'uso imprevedibile, e spesso geniale, delle parole con cui dà vita alle sue acrobazie poetiche.
E' Autore di moltissime sciarade (e non solo) presenti ne "La settimana enigmistica" (andatelo a scovare nelle pubblicazioni degli ultimi anni e ne resterete piacevolmente colpiti), è poeta (predilige il settenario) e, ora, anche narratore.

Ci conosciamo da due anni, da quando si presentò davanti a me, una sera, alla prima lezione del corso che tenevo alla Biblioteca di Sirmione. Mi stupii per la fiducia con cui volle mettersi in gioco, e il suo autentico amore per la scrittura. Sperai di essere all'altezza delle sue aspettative e, vi confesso, Giorgio mi facilitò enormemente il compito con l'attenzione e la partecipazione vivace che riservò ad ogni nuovo passo da me proposto durante le lezioni (a volte pretendo un assoluto atto di fede che comporta una certa attitudine allo sprezzo del pericolo... e i membri dell'equipaggio non mi hanno mai deluso!)

Ancora oggi, ammetto che Giorgio riesce a stupirmi per la freschezza delle sue intuizioni e la generosità nel predisporsi all'incontro con la vita, quotidianamente e senza fatica, con rinnovata curiosità e energia.

"Uomo antico", dice lui. E noi che lo conosciamo lo lasciamo dire, accompagnando con un sorriso le sue battute bonarie. 

Bene, ho voluto presentarvi Giorgio Matteotti come piace a me, in modo informale, cercando di andare un po' oltre a quello che una breve biografia può fare. Però, vi lascio il link del suo blog così potrete approfondire la conoscenza di Giorgio e del suo lavoro:
http://punteidegiorgiomatteotti.blogspot.com 

La foto là sopra è stata scattata alla presentazione della sua prima raccolta di Storie il 10 ottobre 2010, al Museo d'Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti (MN):

RACCONTI DI MORENA 
Testi di Giorgio Matteotti
Illustrazioni di Vittorio Bustaffa
(2010 - Nuages)


Questa qui sotto è la prefazione che ho scritto per introdurre i racconti ai quali ho avuto il privilegio di collaborare in qualità di Editor:




E' uno sguardo divertito che vuol divertire il lettore quello di Giorgio Matteotti quando narra delle bizzarrie dell'esistenza umana.
Quando, invece, il sentimento prevale è l'emotività di Giorgio Matteotti quella che si espone, con eleganza e pudore, per rendere nella loro pienezza certi delicati passaggi dell'Anima, senza mai cadere nel banale o nel patetico. Sono questi importanti dettagli che mi hanno reso il lavoro di editing piacevole e intrigante. Per ognuna di queste storie era l'essenza dell'Autore a fare la differenza, cosa rara e mai scontata quando si tratta di narrare per condividere la propria visione del mondo terreno e ultraterreno.
I ricordi si confondono con le immagini fantastiche e il lettore si ritrova trasportato da una dimensione all'altra, fluttuando in questo spazio come fosse un astronauta, privo di peso e forse più libero nel pensiero.
Nessun confine, quindi, e quesiti senza risposte che, ciononostante, lasciano intatto il piacere della lettura. Anche questo è un dettaglio che sa fare la differenza.
(b.f.) 

Non mi resta che consigliarvi caldamente di avvicinarvi a questo Nuovo Narratore che di Antico ha soltanto quei dettagli pregiati di cura del linguaggio e dei tempi che, forse, oggi a troppi giovani narratori mancano.
Insomma... se vi ho incuriosito e volete conoscere Giorgio non vi resta che scrivergli, lui vi risponderà con gioia e con immancabile, innocente, stupore.


Buona lettura!



venerdì 17 dicembre 2010

INCIAMPI E RUZZOLONI


Come ho già detto scrivo da un bel po’. E in questo bel po’, essendo una curiosa e indomita kamikaze senza ritegno, mi sono messa alla prova in parecchie situazioni.
Volevo capire come funzionava il gioco, fare esperienza sul campo mi sembrava il minimo per poter scegliere quello che volevo per me.

So che vi potrà sembrare un post del tutto autoreferenziale, ma vi chiedo di portare pazienza perché parlando di me posso affrontare meglio argomenti spinosi che riguardano un po’ tutti. 
Prendetemi come mezzo per chiarire dettagli che ancora vi sembrano oscuri.
Se avete già tutto chiaro e non avete bisogno delle mie chiacchiere allora buon per voi, alla prossima (senza rancore).

Cercherò di procedere per tappe in modo tale da non accartocciarmi su concetti di per sé semplici (a volte per me incasinarmi è d’obbligo):

1° tappa
All’inizio scrivevo per me.
Non scrivevo bene, non sapevo neppure cosa stavo facendo, ma era evidente che un significato lo dovesse pur avere quel mio stare ore e ore in un angolo a scrivere.
O erano le prime avvisaglie di un disturbo schizofrenico, ancora adesso qualche dubbio è rimasto, oppure scrivere mi rendeva felice e io per sopportare meglio la realtà in cui vivevo mi rifugiavo lì, in quel luogo dove potevo essere felice in santa pace.

2° tappa
Quando ho sentito il bisogno di condividere ciò che facevo solo per me, e di comunicare ciò che sentivo e pensavo al mondo, ho iniziato a spedire i miei brevi racconti autobiografici a delle riviste.
Il primissimo feed-back fu più che incoraggiante, fu esaltante. Quella felicità, che provavo nello scrivere per me, venne fatalmente alimentata e iniziai a chiedermi… “E se provassi a fare sul serio?”

3° tappa
Ho dato il via ad una serie di elucubrazioni, in modo serio e concreto, per capire cosa farne di questo mio scrivere. 
Trovai una risposta: "Cerca qualcuno, un Maestro, che ti insegni a farlo”.
Mi sono quindi messa alla ricerca. Trovata la scuola che sembrava fatta apposta per me e feci la prova d’entrata.
Per due anni mi sono applicata nello studio delle diverse discipline, ho sperimentato nuovi modi per scrivere, ho toccato con mano i miei tanti limiti, le mie possibilità di crescita. Ho imparato tutto quello che potevo imparare. La passione non era più l’unico motore che mi faceva continuare a camminare, la visione di un certo ordine all’interno del mio personale caos era la risposta di cui avevo bisogno.

4° tappa
Dopo il diploma del Master in Tecniche della Narrazione, il crudo ritorno alla realtà. Tutto da rifare.
L’unico pensiero utile?
“Vuoi fare la scrittrice? Bene, allora scrivi.”
Che altro potevo fare? Mi sono messa a scrivere.
Era il tempo della ricerca interiore. Quella voce che era solo una sensazione, una sorta di presenza evanescente.
Quella voce doveva essere portata in superficie a respirare.

5° tappa
Ho sondato meglio le mie capacità, ho ricominciato a studiare, ho ricominciato a imparare, ho continuato a scrivere.
Ho deciso di mettermi alla prova.
Sono diventata sceneggiatrice di fumetti, autrice per ragazzi. Ho scritto sceneggiature per il cinema, testi per il teatro e altro.
Ho fallito e ho vinto. Ho vinto e ho fallito.
Nonostante gli inciampi e i ruzzoloni, ho continuato.
Continuo.

Fermiamoci un attimo. Vorrei fare il punto della situazione.
Sono partita dall’istinto del gesto, che è una cosa tua e solo tu sai quanto è forte, quanto è vitale per te. Nessun altro.
Sono quindi passata ad uno strumento, quello delle riviste (solo cartacee a quel tempo, e neppure specializzate nel settore narrativo vorrei aggiungere), che mi ha permesso di essere letta da dei lettori veri, a me sconosciuti.
Da qui ho scelto una scuola per imparare la tecnica narrativa.
Poi ho iniziato a scrivere. Sì,non ho continuato a scrivere, ho INIZIATO a scrivere.

Quindi mi permetto di consigliarvi due cose:
se volete essere letti utilizzate i mezzi appropriati sul web (dalle riviste specializzate ai blog e tutto quello che ci sta in mezzo). 
È gratis, è facile, è gratificante.  
Abbiate pietà dei vostri potenziali lettori e non fate sorbire loro tutto ciò che scrivete. Siate oculati, un sovradosaggio porta ad uno stato di nausea del tutto deleterio per la vostra credibilità.

se volete fare le cose per bene e imparare a scrivere sceglietevi una scuola, una scuola seria, una che faccia per voi, con insegnanti in gamba e imparate tutto quello che potete.
I manuali di scrittura, quelli scritti da autori di un certo spessore (Umberto Eco, Raymond Carver, Gabriel Garcia Marquez… ecc ecc), vanno benissimo, ma non sarà un manuale ad insegnarvi la tecnica narrativa, né tanto meno a insegnarvi a scrivere le vostre storie (ammesso che voi abbiate già capito quali storie siano LE VOSTRE STORIE).
Non solo: ci sono molte scuole di scrittura che hanno metodi di insegnamento del tutto fuorvianti. Spesso vi vendono bei concetti preconfezionati di cui non ve ne farete nulla. Spesso si limitano a farvi fare un piacevole surfing per lasciarvi poi affogare in onde che vi sovrastano spezzandovi il respiro.  
Senza cura, senza rispetto e senza grazia
Spesso vi faranno credere che c’è un solo e autentico modo per scrivere e che voi non potrete far altro che adeguarvi a quel modo, qualsiasi esso sia (spesso non ve lo svelano, i cosiddetti segreti del mestiere… no?).
Spesso si paga molto e si riceve poco.
Vi esorto a non farvi prendere in giro. Eh!

E dopo, e soltanto dopo… aver concluso il vostro percorso di apprendimento-base (è solo l’inizio, non vi illudete):

decidete se Scrivere oppure no. Decidete qual è la strada che più vi assomiglia. Valutatene i rischi e le possibilità. Apritevi verso il nuovo, ma non pensate di rinnegare le vostre origini, non serve, le origini non le si può dimenticare né potete prenderne distanza (non sarà mai abbastanza ‘distante’ quel ‘distante’).

“Diventa ciò che sei” 
Nietzsche

Chiunque tu sia.




Affrontiamo ora un paio di spine “secondarie”:

CONCORSI E PREMI LETTERARI
Ho partecipato a centinaia di concorsi di narrazione, alcuni li ho vinti, in altri ho ricevuto segnalazioni, premi della giuria e cose del genere.
Sì, bello, tutto bello, ma… è una strada chiusa.
Non fateci affidamento, non date loro troppa importanza e soprattutto non pagate per parteciparvi.
Se volete fare sul serio, se volete scrivere davvero non potete farlo tenendo presente un argomento sul quale vi si chiede di scrivere, o una giuria X che vi dovrà valutare, o l’antologia in cui verrete inseriti.
Fatelo come fosse un gioco (ripeto, non pagateli per leggere i vostri manoscritti, è irragionevole), ma la speculazione è alta e disonesta, spesso chi vi giudica non ha la minima preparazione per poterlo fare e il business che ne ricavano è patetico e avvilente.
Scegliete i PREMI LETTERARI a cui partecipare con rigore. Ce ne sono di buoni in giro, ma sono pochi. 
Fidatevi di me: siate cauti e abbiate rispetto di voi stessi.


EDITORIA A PAGAMENTO
Non è importante pubblicare, importante è scrivere.
Pubblicare ad ogni costo è volersi mettere dentro un rovo di erbacce urticanti. Piccoli editori senza scrupoli vi scambiano per polletti ruspanti e vi mangiano soldi e belle speranze in un sol boccone.
Spessissimo la distribuzione è del tutto inconsistente, il supporto pubblicitario pressoché inesistente, editing di scarsa qualità e numerose rate da pagare per avere a vostra disposizione copie da distribuire porta a porta inventandovi rappresentanti di voi stessi.
Ma chi ve lo fa fare?

Ripeto: importante per uno scrittore è scrivere.
Quando avete in mano il vostro romanzo e vi mettete alla ricerca di un editore serio e venite respinti, allora significa che non avete incontrato l’editore giusto per voi, o che non siete ancora pronti per essere pubblicati.
Può anche darsi che non sarete mai pronti per essere pubblicati da un Editore importante.
Scrivere non significa essere Scrittori.
Ma non lo potrete mai diventare se non vi mettete a scrivere.

Perché continuare a scrivere se si rischia di non essere mai pubblicati?
Puoi smettere?
Bene, buon per te.
Allora perché ritieni di dover essere pubblicato senza essere uno Scrittore?
Uno Scrittore non può smettere. E non si chiede neppure il perché.

SELF-PUBLISHING
La questione si complica.
È un mezzo a disposizione di tutti, comporta zero costi e zero rischi, ci si prende carico di tutto il progetto o si possono usare dei servizi di editing messi a disposizione dell’Editore Virtuale (ne esistono parecchi ormai) al quale vi volete appoggiare.
ATTENZIONE: auto-pubblicare un testo di scarso valore non gioca a vostro vantaggio. Pensateci bene, se è un ripiego per i tanti ‘no’ ricevuti da editori ‘cattivi e/o incompetenti’ e voi volete proprio tanto pubblicare e vi immaginate di riscuotere fama & soldi alla faccia di chi non ha creduto in voi…
Bé, mettetevi il paracadute, la caduta non sarà indolore.
Un’auto-pubblicazione non conta nulla, in ambito di fama e gloria e successo e soldoni, se questi sono i presupposti dai quali partite rimarrete fortemente delusi.

Ho scelto di auto-pubblicare un libro (con LULU.com) perché smaccatamente fuori portata per qualsiasi Casa Editrice, sto parlando a livello di determinazione di genere oltre che a livello strutturale; impensabile per me poter pubblicare un libro che non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, non è un saggio, non è un blog… ma che sta lì in mezzo.
Volevo, però, fosse messo a disposizione di chi ne fosse stato attratto in qualche strano modo.
Questa è la mia motivazione.
Non escludo che non sceglierò questa strada anche per altri miei scritti, per le stesse ragioni già menzionate.
Ovviamente anche qui ci sono i pro e i contro, ma tutto sommato la soluzione non mi dispiace affatto. 

E ora, consapevole di essermi fatta molti nemici, ma col cuore leggero di chi doveva dirlo prima o poi e ormai lo ha detto…

Buona scrittura, folks 




 (to be continued)


sabato 11 dicembre 2010

MIRAGGI, VISIONI… REALTà

Se avete letto i post precedenti non farete fatica a comprendere perché voglio dire ciò che sto per dire.
Per chi non lo avesse fatto e non ha voglia di leggersi il resto posso sintetizzare in questo modo:
        1. Ognuno trova dentro se stesso il motivo per cui vuole scrivere
        2. I Maestri son pochi e bisognerebbe sceglierseli con discernimento  
        3 .  Scrivere significa avere qualcosa da dire  
        4 .   Nulla si può inventare ignorando ciò che già esiste
        5 .   Ego, pregiudizi, preconcetti ostacolano il cammino del buon narratore
        6 .   La Storia vive, respira, cresce, si dona nonostante l’ego del suo autore
        7 .  Scrivere non è fornire risposte, ma offrire le giuste domande
        8 .  Dubitare è sacrosanto, opporsi è lecito, imparare non è un optional 
   9 .  Paure, limiti e impedimenti, se vuoi scrivere non sono ostacoli bensì spinte     motivanti, foriere di nuove possibilità 
  10 .   Un buon thé non si rifiuta mai!


Affrontiamo l’argomento che mi sono prefissa per questo post, dunque.

Quando facciamo quel passo che ci toglie dallo stato blando di scrittura-autistica (scrivo esclusivamente per me) e ci proponiamo ad un lettore immaginario la scossa che si riceve è piuttosto forte.

Piccoli istrici all’attacco.

Vorrei precisare che la frase “niente di personale” è la cosa meno opportuna da lasciarsi scappare quando vi viene chiesto:
“Che cosa ne pensi del mio scritto?”
È assolutamente ingenuo da parte di chiunque aspettarsi un atteggiamento zen (distaccato) quando andate a criticare ciò che è frutto di marasma interiore, impegno, serietà, e impiego discreto di tempo ed energia.

“È OVVIO che è qualcosa di personale! L’ho scritto IO!”

E il tono di voce tenderà al crescendo, inevitabilmente.

Riprendiamo il discorso: avete deciso che volete proprio sapere cosa il pubblico pensa della vostra opera. Sicuri?
Bene, non è una domanda tendente al pessimismo cosmico, anzi… è solo una presa di coscienza che comporta l’accettazione di qualsiasi tipo di feed-back ci arrivi addosso.

Ben piantati a terra. Schiena dritta. Addominali allertati…
Ecco. Pronti.

Cerchiamo di discernere tra critica costruttiva e critica distruttiva
Non significa che una critica costruttiva ti si proponga con la soluzione incorporata (tanto, parliamoci chiaro, qualsiasi soluzione vi si proponga non sarà mai la soluzione che voi siete disposti ad accogliere, giustamente), anzi, meglio di no, grazie, ma che sia una critica motivata con giusti criteri questo mi sembra il minimo sindacale.

“Non ho capito cosa volevi dire”, con anni e anni di training autogeno, la si può anche accettare, ma un “scrivi da schifo” risulta comunque e sempre un commento inutile e anche privo di tatto, perché si riduce ad una mera questione di gusto personale se lo dici così. Se invece motivi la tua affermazione facendo riferimento alle debolezze che hai colto nella mia scrittura, e nella struttura della mia opera, allora puoi essermi d’aiuto.

Uno sguardo estraneo sa cogliere molto di quello che a noi, autori, rimane invisibile perché troppo vicino, troppo dentro.

Affidarsi ad un professionista, si chiama Editor (per chi non lo sapesse), che ti aiuti a focalizzare meglio la condizione oggettiva di ciò a cui hai lavorato con tanta passione è una mossa intelligente.
Un buon Editor legge ciò che hai scritto (almeno un paio di volte), lo analizza, ci riflette su, ti fa delle domande appropriate, indaga un po' e valuta gli interventi possibili da suggerirti. Poi ne parla con te, autore. E ascolta la tua reazione. Un buon Editor non ti dà soluzioni vincolanti, non ti dice cosa scrivere e soprattutto non scrive al posto tuo. I buoni Editor sono rari. E questi rari buoni Editor si sanno nascondere bene (e non è solo una battuta).

ATTENZIONE: pensare che un Editor possa cogliere il tuo talento al di là di ogni nefandezza grammaticale, sintattica e strutturale a cui ti sei abbandonato sull’onda dell’ispirazione è… stupido.

Dirò di più: è pericoloso.
Mette a serio rischio l’incolumità del tuo stesso talento.
Se un Editor X (che tu non conosci, ovviamente) legge la tua opera e si accorge che qualcosa c’è, lì in fondo, nonostante tutto il sudiciume da spazzare e decide di fare lui il lavoro sporco, il tuo potere come autore si riduce in polvere.
Potrai essere manipolato, modellato, maneggiato, mistificato e, forse, questa è la cosa peggiore, neppure te ne accorgerai e ti penserai artefice del tuo successo (eh! complimenti), e prediletto dal destino (occhio, il destino ti si può ritorcere contro quando meno te l'aspetti).

Magari penserai: il mio genio è stato finalmente riconosciuto.

Ehmmm… forse…
Oppure, semplicemente, sei stato riconosciuto come pollo da spennare e qualcuno si sta leccando i baffi alle tue spalle.

Scrivere è il risultato di un lavoro metodico e severo di strutturazione, di un paziente e instancabile ripasso di cesello, è un fare e rifare meglio, fino a quando non puoi onestamente pensare: più di così non posso fare.
Non sarà mai perfetto, non t’intignare su concetti aulici di bellezza e perfezione che ti spezzano la schiena a suon di frustate.
Ma non consegnare qualcosa che è gesto istintivo, preda dell’ispirazione del momento, slancio senza riserve, volo pindarico, salto nel buio, e via di questo passo.
A meno che tu non sia il nuovo genio letterario che ogni Editore aspetta trepidante di incontrare sul suo cammino.
Ovviamente.

Credere ai miraggi, in ambito artistico, nel 2010 è del tutto anacronistico.
Permettere a qualcuno di maneggiare la nostra visione è controproducente.
La Realtà è nostra alleata, noi siamo qui e ora e abbiamo deciso di scrivere. Tutto quello che dobbiamo fare è scrivere.
Al meglio delle nostre possibilità.
E vediamo se qualcuno avrà voglia di leggerci.
Chi lo sa?

Intanto scrivi.
E poi si vedrà.


(to be continued)

domenica 5 dicembre 2010

Sì, VA BENE… PERò…


Parliamo di ostacoli. I nostri “però”, i nostri “ma”.

Giusto dubitare. Sacrosanto, direi. Ti permette di valutare di volta in volta ciò che si presenta a te e di decidere se opporgli un rifiuto o se accettarlo e dargli fiducia.

Quando ti poni obiettivi ambiziosi, e ti proponi di raggiungerli NON stile “biglietto fortunato e vincente” bensì attraverso un percorso di apprendimento continuo, necessariamente dovrai porti in fase di “accoglienza”.
Se scrivi da un po’, se sei refrattario ai corsi, ai manuali di scrittura, ai consigli, ai suggerimenti, perché tu sai già come scrivere, posso solo augurarti di essere un genio (vivadiobuonperte) e buona fortuna.

Se tu, però (ostacolo), non fossi un genio…

(vediamo come dirlo senza offendere nessuno)

… ti ritroveresti irrimediabilmente chiuso in una gabbia di pregiudizi, preconcetti e varie flagellazioni emotive ego-deliranti, meritandoti il titolo di “ennesimo pirla del pianeta”.

Quello che ho imparato è che l’ostacolo alla crescita più massiccio da superare è il sapersi (come diceva mia nonna) già imparati.
Che tu voglia farti una pastasciutta o scrivere una storia non cambia nulla.

C’è un modo per farlo.
Questo modo si esplica in un tot di passaggi necessari.
Se tu pensi di poterlo fare ignorando l’iter corretto (funzionante perché qualcuno a suo tempo lo ha testato e ne ha ottenuto ottimi risultati), sei un presuntuoso.

Prima conosci, impari come è stato già fatto, poi valuti e decidi se fa per te o meno.
Questo, semplicemente, ti evita di perdere tempo, sprecare energia, infliggerti lacerazioni fisiche e spirituali inutili.

Se la tua ambizione è il martirio, allora sia.

Però (ostacolo), io penso che di pirla in giro ce ne siano già troppi e il confondersi nella massa non sia comunque gran cosa per il tuo ego pavoneggiante.

Dai, ti offro una tazza di thé…


Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli disse:
"Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi".
"Posso offrirti una tazza di tè?" gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera. Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.
"Ma cosa fai?" sbottò il filosofo.
"Non vedi che la tazza è piena?"
"Come questa tazza" disse il maestro "anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos'altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?".


Chiarito questo vorrei far presente un’altra piccola cosa a cui tengo molto.

Il mondo non ha bisogno di ciò che scriviamo, pertanto se vogliamo proprio dare qualcosa di buono al mondo, con la nostra scrittura (e non solo), allora dovremo impegnarci.
Paure e paranoie, disperazioni e dispersioni, cialtronerie e paradossi che ci sono propri, in quanto esseri umani, sono buon materiale di studio.
Non sono questi gli ostacoli da superare, queste sono motivazioni che alimentano la determinazione nello scrivere.

E allora quali sono gli ostacoli?

Eh! Buona domanda!

Trovate la risposta che più vi piace, o la più veritiera, insomma… quella che potete guardare in faccia ora per sedervi a scrivere.
E fatelo.



(to be continued)



mercoledì 1 dicembre 2010

QUESTIONE DI CONFINI



Quando da piccola mi ritrovavo sola in un angoletto con il mio diario e cercavo di seguire in fretta i pensieri con la penna, che spesso era troppo lenta (mannaggia!), i confini entro i quali mi sapevo muovere erano limitati al mio piccolo essere. Piccolo ma con grandi ali, aggiungerei. E le ali di chi è piccolo possono cose pazzesche (rispetto per i bambini innanzittutto).

Non è facile da spiegare, ma penso che chiunque si sia ritrovato in un angoletto simile sappia esattamente di cosa sto parlando (indipendentemente dal fatto di avere avuto in mano una penna, un pennello/pennarello, uno strumento musicale ecc.). Lì dentro non c’erano più spazi e tempi imposti dagli altri. Anche se i nostri confini, di “persone piccole”, e il nostro punto di vista centrato in noi stessi, ci limitavano la capacità di analisi, allo stesso tempo ci permettevano meravigliosi slanci di fantasia sfrenata.

Si cresce, da quell’angoletto si è costretti ad uscire. I nostri pensieri si addensano su particolari che appartengono anche al resto del mondo. La nostra penna fa sempre più fatica a tenere il passo, a stare appresso a quello che la nostra mente, il nostro corpo, la nostra emotività registrano quotidianamente senza sosta.
Scrivere ci aiuta a farci un riassunto parziale work in progress, per non perdere il filo, per tracciare sempre nuovi confini su cui fare affidamento quando ci gira la testa.
Ancora di noi si tratta.
Sano egocentrismo adolescenziale.

Potremmo fermarci qui. Potremmo decidere che ci basta, che la nostra penna può tranquillamente continuare a tradurre per noi quello che viviamo. Benissimo.
Rimane il nostro modo per stare con noi stessi.
E guai a chi lo tocca.

C’è una cosa, però, da prendere in considerazione: da questa posizione strettamente autobiografica la nostra penna non cresce.
Che io sia il mio argomento preferito quando scrivo il mio diario, o il mio blog, è pacifico.
Che io pretenda di essere argomento interessante per chi mi legge è quantomeno ridicolo. Pretesa adolescenziale che lascia il tempo che trova.

Bisogna necessariamente fare un passo al di là di noi stessi per riuscire a fare la differenza.

Raccontare una storia…

“Tutti sanno cos’è una storia finché non si siedono a scriverne una”  Flannery O’Connor

Vi assicuro che la O’Connor non diceva mai le cose tanto per dire.

Scrivere una storia non è scrivere un diario.
Scrivere una storia non è scrivere un trattato filosofico.
Scrivere una storia non è scrivere un saggio di psicologia (attenzione, il cosiddetto 'flusso di memoria' non è uno svuotare il proprio cestino emozionale a danno del lettore, santiddio!).
Scrivere una storia non significa spiegare, elencare, dissertare, convincere… e neppure fornire delle risposte, bensì saper far nascere le giuste domande.

Scrivere una storia è mettersi al servizio di quella storia che ti chiede di essere raccontata.
Sarà lei a decidere come e quando. Che ti piaccia o no.

Nel frattempo possiamo avvicinarci alla sua terra, cercando di bypassare il nostro ego, e essere disponibili al mutamento.

Cosa sei disposto a imparare?
Che automatismi egoici sei pronto a sacrificare pur di scrivere quella tua storia?
Quanto di te puoi e vuoi mettere da parte per lasciare il giusto spazio alla storia?

Finché non ti siedi per raccontare una storia tutto questo ti sembrerà aria fritta, ma se hai deciso di rimanere lì seduto e di immergerti fino a che non senti la sua voce, allora queste sono domande a cui prima o poi riuscirai a trovare le risposte.
Le tue risposte.
Non saranno né quelle giuste, né quelle definitive, probabilmente.
Sicuramente non saranno risposte sbagliate, mai.
Saranno le tue risposte.


E farai bene a tenertele per te, hai una storia da raccontare, te ne sei dimenticato?

(to be continued)




venerdì 26 novembre 2010

FUMO A PARTE... DOV'E' L'ARROSTO?


La prima avventura di “NEVERLAND… dove vivono le Storie” ha avuto come campo-base un asilo nido.
L’ho trovata la location perfetta: come bimbi, seduti sui materassini, a guardarci l’un l’altro con curiosità e emozione.

Guardavo quei visi e li trovavo splendidi, non potevo far altro che sorridere e sentivo che sarebbe andata bene. Nessun dubbio. Infatti, vi garantisco che gli entusiasti temerari han rischiato grosso, dopo tre anni quel primo equipaggio non ha mai abbandonato NEVERLAND. Ancora si viaggia e si esplora, con risultati del tutto gratificanti (prossimamente su questi schermi vi renderò partecipi dei risultati). 

Qui l’ho cristallizzata con l’emozione di quel momento:
http://www.myb-site.it/index.php?option=com_content&view=article&id=121%3Aneverlandprimaavventuraconclusa&catid=7%3Ahomeboundtrain&Itemid=1#content

E questi sono alcuni commenti che mi hanno lasciato alla fine di ogni corso:


"E' stata un'esperienza intensa! Grazie a Barbara per i suoi preziosi insegnamenti e per la dedizione. Un grazie ai miei compagni di viaggio per i testi e per gli scambi di pensiero. Infine grazie a Lu Ji, essenziale filo conduttore dei nostri incontri." (Elda)



"I pensieri... sono come gli gnocchi... quando sono pronti vengono a galla! Grazie per la "cena"... davvero bella." (Luca)

Le cene si sono replicate anche oltre l'orario delle lezioni, le riunioni dell'equipaggio Neverlandiano sono sempre un momento speciale.... 
Un po’ per volta ve ne parlerò, i ricordi sono tanti e li vorrei tradurre per renderli visibili e “forse” ancora più reali.

Sì, perché quando scrivi hai il potere di rendere concreta qualsiasi cosa. Prima era solo dentro di te, ora che lo hai scritto esiste per tutti. Indipendentemente dal fatto che tu stia narrando una situazione vera o di fantasia, mentre la scrivi sei costretto a porti delle domande, e sei tenuto a trovare le risposte più convincenti, quelle che ti permettano di mettere in scena in modo verosimile e del tutto coerente ciò che ti “frulla nella testa”.

Prima era solo roba tua, dopo sarà di tutti quelli che si fermeranno a leggerla. A leggerti.
Una bella pretesa da parte nostra pensare che qualcuno, che neppure ci conosce e non ci deve nulla, ci offra il suo tempo e la sua attenzione senza aspettarsi qualcosa in cambio. Vero?

Scrivere per essere letti da un pubblico di lettori implica una grossa responsabilità: io che scrivo devo, necessariamente, avere qualcosa di consistente da dire. Le banalità, le ovvietà, le cose già sentite, già dette (magari meglio da chi è venuto prima di noi), quelle non servono a nessuno. Quelle non sono neppure storie, sono involucri vuoti.
Come il bozzo senza più la farfalla.
Quando scriviamo dobbiamo far uscire la nostra farfalla dal bozzo. Quello è l’istante che conta, il resto è un vago “prima” e un oscuro “dopo” che non interessa nessuno.

Mi piacerebbe davvero poter andare da certi autori che hanno impegnato il mio tempo con i loro scritti per giorni e giorni, anche settimane, e farmi dare l’indennizzo per il tempo e l’energia sprecati.
Quando arrivi all’ultima pagina (ma spesso basta anche un solo capitolo) di quel libro che hai tra le mani e ti accorgi che non ricordi nulla di quello che hai appena letto… bhé, sei stato fregato.

Io mi chiedo perché non ci arrabbiamo per questo. Sono milioni i libri in commercio che parlano di niente, che ti lasciano niente e che ti rubano tempo, energia e soldi.
Sono troppi gli scrittori che non hanno nulla da dire, che non hanno nulla da dare, e vengono pubblicati da editori che hanno perso il loro ruolo di talent-scout per vendersi al soldo anziché mettersi al servizio della Qualità.

Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi,
creerà un pubblico ignobile
(Joseph Pulitzer)

Non solo la stampa, aggiungerei, ormai il cinismo-prezzolato di bassa lega è praticato in qualsiasi ambito artistico culturale oggigiorno.
Questi signori decidono ciò che noi lettori vogliamo leggere. Ci ingannano sulle cifre che riguardano le vendite (la distribuzione questa sconosciuta!), ci ingannano con recensioni fittizie, ci ingannano con slogan ammiccanti, copertine chiassose, strombazzamenti di casi pseudo-letterari eclatanti, con geni ancora adolescenti buttati allo sbaraglio e pilotati senza scrupolo da furbi ghost-writers di scarsa etica professionale e dubbio buongusto…

Ci ingannano?

Sì, ma l’inganno dura poco…
Togli il fumo e rimani a bocca asciutta.
Prendi il libro e lo metti da parte, meglio accendere la televisione.
Televisione? Sì, vabbé…

Che danno irreversibile stiamo subendo e senza neppure protestare…

Quando scrivi costruisci un ponte. Tra il tuo mondo e quei potenziali infiniti mondi a cui ti rivolgi. 

E al di là dei convenevoli (“Ciao, come stai? Tutto bene?”) quando parli con qualcuno qualcosa devi pur dire.
Bla bla bla da aperitivo? Temo non sia abbastanza. Non se lo scrivi.

Quello che scrivi resta, resta come prova a tuo carico messa agli atti.
Nel processo a tuo carico, autore incauto che non sei altro, rischi la condanna al rogo (quanto sarebbe giusto fosse davvero così!) se i tuoi scritti risultano in difetto di sostanza

Si tratta di millanteria scrittoria.

A mio avviso imperdonabile.




(to be continued)