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giovedì 28 febbraio 2013

SE E' EMOZIONE...


... bene, se guardando questo video provate meraviglia e rispetto per l'abilità e la cura con cui il prezioso oggetto libro viene lavorato, allora significa che scrivere una Storia con l'ambizione di darle quella forma e quella sostanza per voi è gesto che conta.

Dite che sia banale?
Bhé, io penso che ormai ci siano ben poche cose che possiamo dare per scontato.
Men che meno quelle che stanno scomparendo.
No, non fraintendetemi, penso che l'e-book sia una grande possibilità, una porta preferenziale d'accesso ad un più vasto pubblico e, forse, ad un sapere più facilmente raggiungibile.

Ma... vi rendete conto di quanti e-book attualmente pubblicati ad un prezzo ridicolo siano privi di sostanza, di forma, di senso, di pulizia (pieni zeppi di grossolani errori e refusi, per esempio) e di consapevolezza?

Quando scaricate un e-book a pochi centesimi domandatevi questo:
quanto può valere quella storia, quell'opera, se il suo stesso autore pur di farsi leggere è disposto a svendere in modo indecoroso il frutto del suo lavoro?

Delle due una:
o non ha lavorato granché al suo libro e quindi ciò che propone è solo uno scribacchiare furbo e di poco sentimento;
oppure è talmente preso dalla smania di essere letto che è disposto a piegarsi e ripiegarsi mendicando attenzioni che vadano ad alimentare il suo povero ego stropicciato.

Quando penso al lavoro che c'è dietro ad un libro, sotto ad un libro, dentro ad un libro, tutt'intorno ad un libro... bhé, provo rispetto per chiunque lo faccia in quel modo appassionato e autentico.
E quando apri un libro e inizi la lettura, tu te ne accorgi.
Sì, te ne accorgi di quanto quella Storia sia stata amata, voluta, rispettata, alimentata.
E quell'amore che è stato messo lì dentro, in ogni riga, è lo stesso amore che ti avvolgerà per restare con te finché avrai memoria per ricordare.

E' questa la magia.

Buona lettura Folks!

b-

domenica 24 febbraio 2013

BUONA LA PRIMA?

Ohi Folks!
Come va? Spero tutto bene. Riprendiamo il discorso interrotto la scorsa settimana?
Arieccola a tormentarci con 'sta faccenda delle buone intenzioni - direte voi.
Ok, ve la do buona. E' un chiodo fisso per me, ma vorrà pur dire qualcosa no?

Esordirò con la solita dichiarazione di guerra:
uno Scrittore non può, umanamente parlando, scrivere SOLO capolavori. Neppure se si chiama Proust, o Hemingway, o Roth o... avete capito, inutile che continui.
Noi solitamente ci affezioniamo ad una voce, a quello stile particolare, a quel gusto di raccontare, a quelle precise capacità che riconosciamo vive e brillanti nel nostro scrittore preferito, e leggiamo tutto quello che scrive sempre con la stessa appassionata voracità e invariata stima.
Va bene, è nel nostro sacrosanto diritto di lettori amare oltre ogni ragionevole dubbio il nostro autore del cuore, ma...

Ma ci sono opere riuscite meglio e opere riuscite meno bene.
Potete confermarlo serenamente?
Mi auguro abbiate risposto con un sì (anche se sospirato).

Passiamo al punto cruciale:
dato per assodato quanto da me lì sopra appena scritto possiamo altrettanto serenamente affermare che NON tutto ciò che scriviamo vale la pena di essere scritto, letto, pubblicato.
Forse, dico forse, per la maggior parte di noi aspiranti scrittori (noi che non ci chiamiamo Calvino, Tolkien, Dostoevskij, Borges ecc ecc) varrebbe la pena valutare con maggior obiettività il nostro lavoro prima di arrischiarci a darci in pasto al pubblico.

D'accordo che la virtualità dei blog e dei social networks ci hanno fatto seppellire il (tanto benedetto) PUDORE, dandoci anima e corpo alle chiacchiere in rete come se fossimo nel salotto di casa nostra, ma...

Ma ad un certo punto bisognerà pur fermarci per osservare da vicino il nostro operato e valutare a che punto stiamo, giusto?
Bene, se avete risposto con un sì a quest'ultima mia affermazione vi confesserò che a me capita spesso.
Mi fermo, mi guardo, mi faccio radiografia ed ecografia accurata, faccio il punto della situazione e mi aggiusto.
Il mio scrivere negli anni ha preso forme e intensità che non credevo possibili.  E, nonostante il mio impegno e i miei sforzi, non sono ancora riuscita a limare certe orride e fastidiose imperfezioni. Forse non ci riuscirò mai, santiddio!
A volte tengo dentro la testa e in fondo allo stomaco delle Storie che anche se vorrebbero uscire non sono ancora pronte per farlo.
Non so se lo saranno mai, non so se lo sarò mai io stessa pronta... ma le tengo lì e le curo per quel che posso.
Non mi verrebbe mai in mente di sbatterle sulla carta solo per il gusto di farle leggere a qualcuno, per fregiarmi di una buona idea, di un personaggio brillante o di un intreccio accattivante e rischiare di bruciare tutto per alimentare il mio ego gongolante.

Dunque, detto questo, voglio farvi notare che spesso leggiamo Storie che non stanno in piedi, che mancano di forza, mancano di spessore, mancano di intensità, mancano di poesia, mancano e basta.
Al lettore resta quel senso di fastidiosa insoddisfazione, ma credetemi... è lo stesso che prova anche l'autore quando nonostante si sia liberato della Storia in questione, appunto scrivendola, sente che non è la Storia che nella sua testa immaginava.
Le mancanze ti fanno affondare miseramente.

Credo che ci siano età adatte per ogni Storia. Forse quella che vi sta ronzando in testa da un po' vi chiederà del tempo, anzi vi imporrà il giusto tempo prima di uscire... il tempo di vedervi uomini/donne fatti.
L'esperienza, la maturità, sono elementi fondamentali per un Narratore.
Il Tempo è l'unica via d'accesso a certe profondità.

Potrei farvi presente il percorso di scrittura di Marguerite Yourcenar, per esempio, che per scrivere il suo capolavoro "Memorie di Adriano" ha dovuto aspettare molti anni.
Esagerata?
No, onesta. Autentica. Consapevole.
Grande, Immensa Scrittrice.
Immensa Donna.
Leggete le righe qui sotto. Lentamente. Fatele gocciolare dagli occhi allo stomaco. Ascoltando con attenzione l'ipnotico sgocciolìo...





"(...) In quei tre bauli di cianfrusaglie ho trovato una vecchia brutta copia delle prime pagine di Hadrien che avevo completamente dimenticato. Erano passati tanti anni, nel frattempo, ed erano accadute tante cose; c'era stata la guerra, New York, l'isola di Mount Desert, l'incanto di certi incontri, il fascino di certi musei, di certi luoghi. Erano successe tante di quelle cose, in quei sei o sette anni... Non c'è da stupirsi che avessi dimenticato Hadrien.
(...) Ho trovato quel primo abbozzo e, nello stesso tempo, nello stesso baule, uno o due libri su Adriano. E, come certi ricordi d'infanzia mi tornano alla memoria sfiorando un righello di ferro forgiato da mio padre, così, aprendo quei libri, ho sentito improvvisamente ridiventare vive le ricerche che avevo iniziato prima della guerra. (...)
Credo che la maggior parte della gente abbia delle idee sbagliate sull'erudizione, sul modo in cui uno scrittore, che per definizione è "creatore" (espressione abbastanza idiota, ma è quella che viene usata negli Stati Uniti), o diciamo meglio poeta, come i tedeschi, mosso cioè dalla sua immaginazione, dalle sue emozioni, entra nel mondo dell'erudizione. I francesi immaginano che uno si tuffi nei libri dalla mattina alla sera, come i topi di biblioteca dei romanzi di Anatole France. Gli americani, invece, vi dicono: 'Ah, sta facendo delle ricerche!' e pensano che vi rechiate con passo spedito e una cartella sotto il braccio in qualche biblioteca dove, ovviamente, lavorerete fino alla chiusura.
Ma le cose non vanno a questo modo. Quando si ama la vita in tutte le sue forme, quelle del passato quanto quelle del presente - per la semplice ragione che il passato, come dice non so più quale poeta greco, è maggioritario, dato che è più ampio del presente, specie dell'angusto presente di ciascuno di noi - è del tutto normale che si legga molto. Per parecchi anni, ad esempio, ho letto la letteratura greca, spesso in modo molto intenso, per lunghi periodi, oppure, al contrario, un po' qua e un po' là, viaggiando con qualche poeta o filosofo greco in tasca. Alla fine, mi ero ricostruita la cultura di Adriano: sapevo pressappoco quello che Adriano leggeva, quali erano i suoi punti di riferimento e il modo in cui considerava determinate cose in base ai filosofi che aveva letto. Non è che mi sia detta: "Devo scrivere su Adriano e informarmi su ciò che pensava". Credo proprio che non ci si arrivi mai a quel modo. Credo che ci si debba impregnare in modo totalizzante di un soggetto finché esso non spunti fuori, come una pianta amorosamente innaffiata."

Non so aggiungere altro. Compratevi questa splendida intervista di Matthieu Galey, pubblicata da Bompiani, e tenetela sotto il cuscino, per imparare a guardare il grande Mistero più da vicino.
Ma fate piano, in rispettoso silenzio.

Alla prossima, folks!
b- 

domenica 17 febbraio 2013

RIPRENDIAMO IL BANDOLO DELLA MATASSA: SCRIVERE

Ohi, Folks :)
Lo so, nell'ultimo anno (ma come anno? Essì, Anno!) ho scritto di argomenti strettamente correlati alla scrittura, ma ho lasciato un po' perdere il discorso sulla scrittura.

L'ho fatto un po' apposta (le cose che faccio per caso ormai son ben poche, per fortuna) e credo sia giunto il momento di illustrarvi il mio punto di vista. Perché ora? Bhé, perché no? Mi avanzano una manciata di minuti di cazzeggio e ne approfitto.

Bon (dal friulano "bon") procediamo:
parlare/scrivere di scrittura diventa sempre di più un modo per non scrivere bensì pontificare su ciò che è, è stata, sarà, dovrebbe essere, la scrittura. Io preferisco scrivere, scrivere Storie, e non scrivere di chi scrive o di chi crede di saper scrivere o di chi si autopromuove scrittore (nonostante gli scarsi consensi di un ipotetico pubblico di lettori).

Se voglio leggere di "scrittura" e dello/sullo "scrivere", allora mi leggo le Lezioni Americane di Calvino (tanto per fare un esempio che mi commuove e mi innalza al Cielo) e non striminziti, scialbi, superficiali e patetici articoletti che tentano di parlarne spacciandosi per esperti.
(*se mi trovate polemica, di tanto in tanto, sappiate che avete ragione)

Chi scrive di "scrittura" diventa triste, perché è triste la volontà di varcare la soglia che permette alle Storie di rendersi vive e palpitanti per carpirne i segreti e sputtanarli senza ritegno. Credo che ogni Scrittore (quelli che sanno la strada per raggiungerle, le Storie) si guardi bene dall'uncinettare la trama della sua opera per svelare al mondo come si fa.
Perché? Bhé, semplicemente perché sa bene che (nonostante la fama, il successo e i libri scritti) lui stesso sta ancora percorrendo quella strada e sta ancora imparando.

Scrivere di come gli altri hanno scritto un libro è un modo per allontanare il lettore dalla Storia per agganciarlo a ragionamenti da azzeccagarbugli. Nessuno sa come davvero si scrive una Storia, spesso neppure l'autore che l'ha partorita, perché in quel parto, in quel dare alla luce risiede il segreto: il mistero della creazione.

Risulto forse patetica affermando questo, ma non mi riguarda più di tanto.
Scrivo quello che penso e penso ciò che sento.
Sento un fastidio urticante al continuo chiacchiericcio di chi scrive senza sapere cosa sta dicendo.
Sento una stanchezza irritante quando mi si costringe a leggere cose per cui non nutro alcun interesse, perché fini a se stesse, delle patetiche furberie da poco.
Sento una rabbia profonda quando si scrive di quell'argomento o di quell'altro perché attirerà un sacco di lettori, di curiosi, di... (boh!)

Detto questo, mi sono anche chiesta che senso abbia quello che sto facendo io, qui (nel virtuale) e nella realtà. Mi sono trovata varie risposte e mi piacciono tutte. Non so se la cosa possa interessarvi, ma tra le tante la più convincente è questa:
io non insegno a scrivere (per l'amor del Cielo), ma attraverso la mia esperienza e la mia visione del vivere scrivendo ho trovato un meraviglioso modo per comunicare con persone che mi si avvicinano e volentieri trascorrono parte del loro tempo libero con me.
Scrivendo, sì, ma soprattutto creando.

Bene, aggiungo che creare con i ragazzi delle scuole elementari, delle medie e delle superiori rende il mio presente bello. Davvero bello. Bello da vivere, bello poi da ricordare. E la cosa è reciproca, per loro e per gli insegnanti. Quindi continuerò.

Questa vuole essere solo una premessa, nei prossimi post affronterò temi scottanti... per esempio?
Mah... vorrei parlare di chi scrive "così come parla". O di chi scrive storie torbide e inquietanti perché sa che interessano alla gente. O di chi scrive pensando che tutto quello che scrive valga la pena di essere letto.

E magari parlerò anche della pazienza, della costanza, della determinazione, dell'ascolto dei tempi, dello sguardo lungimirante, della delicatezza, della ricerca.

Se volete accogliere qualche evocazione in questo senso vi posso mettere a disposizione il percorso delle mie Non-Storie, gli Elpìs... che non dovete leggere, ma solo ascoltare, magari mentre guidate nel traffico o mentre correte nel parco con il vostro iPod o prima di andare a dormire.
Insomma, ve li lascio qui e buon ascolto.
Mi rifaccio viva presto, folks!

b-

Elpìs/Non è una Storia_Il Mistero 






Elpìs/Non è una Storia_Il Messaggio


 
Elpìs/Non è una Storia_La Sfida


Elpìs/Non è una Storia_La Scoperta



Elpìs/Non è una Storia_Il Sogno





Elpìs/Non è una Storia_L'Incontro




Elpìs/Non è una Storia_La Conquista




 (Il prossimo mese parlerò della Storia che si nasconde dietro a queste Non-Storie e forse vi piacerà)

lunedì 11 febbraio 2013

QUEL GRAN GENIO DI HARUKI MURAKAMI...

Rieccoci qui Folks,
a parlare di scrittura. I due post precedenti li ho dedicati ai consigli di Scrittori per cui nutro sincera stima e ammirazione. Per la loro visione del mestiere di scrivere e per le loro opere. Grazie a persone come loro le mie riflessioni si arricchiscono, aiutandomi a fare un ulteriore passo nella direzione che sento essere quella giusta per me. Non è poco, credo.
Per continuare queste mie riflessioni devo ora, per forza di cose, parlare di un autore che è stato supportato da un battage pubblicitario da far girare la testa. Un martello.
Mi rendo conto che criticare le "50 sfumature", e quel che ci gira attorno, è come sparare sulla Croce Rossa, perché è talmente evidente l'avvilizione, del tema di cui tratta e dello stile della scrittura, che per difenderlo ci vuole molta fantasia e intelligenza surrealista (rarissime entrambe, specialmente in una persona sola).
Ora voglio rischiare, alzare la posta. Voglio attaccare un autore amato da molti.
Perché lo faccio? No, non sono una kamikaze, solo che non ho paura di esporre i miei gusti personali... li so motivare, al massimo scateno una discussione (più o meno piacevole), ma il tutto finisce lì. Tanto io non comprerò più un suo libro quindi pace.



Haruki Murakami (nella foto), ecco la mia vittima. Uno degli scrittori più osannati dalla critica e da coloro-i-quali-sanno-dare-valore-alle-opere-d'arte, ha persino rischiato di vincere il Nobel per la Letteratura nel 2012, per un non-so-che di scarto si è visto scippare onori e ricchezza da Mo Yan, pensa te.


Vengo al punto: qui di seguito troverete una serie di frasi estrapolate dalle opere di Haruki Murakami.
Vi chiedo di leggerle con lentezza, di pensarci un po' su e di valutarle secondo questo criterio:

a) "Illuminante!"
b) "Hai scoperto l'acqua calda"
c) "M'anvedi d'annattene a fa' un giro. Largo."

Attenzione, sembra un gioco ma non lo è. Faccio maledettamente sul serio.

Questa è la prima:
Da qualche parte esiste una fine. Solo che non si trova un cartello con scritto "Ecco, questa è la fine". Come al gradino più alto di una scala non si trova scritto "Attenzione, questo è l'ultimo gradino. Non fate un altro passo oltre a questo"
La seconda perla di saggezza:

         A nessuno piace la solitudine. Ma non mi faccio in quattro per fare amicizia. Così evito
        un po' di delusioni.

La terza:

         Ho sempre avuto fame di affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani 
        anche solo una volta. Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la
        faccio.  Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta.

L'ultima (forse):
PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/anima/frase-15805
Avrei voluto mettermi a piangere forte, ma non potevo. Non avevo più l'età per versare lacrime, avevo fatto troppe esperienze. Esiste anche questo al mondo, la tristezza di non poter piangere a calde lacrime. È una di quelle cose che non si può spiegare a nessuno, e anche se si potesse, nessuno la capirebbe. Una volta, avevo provato a esprimerla a parole. Ma non ne avevo trovata una che potesse esprimere il mio sentimento ad altri, anzi nemmeno a me stesso, così avevo rinunciato. E avevo chiuso sia le mie parole sia il mio cuore. La tristezza troppo profonda non può prendere la forma delle lacrime.

Dunque, ho letto 1Q84 (1° libro e 2° libro), dall'inizio alla fine. Mi sono annoiata, mi sono infastidita, mi sono chiesta mille volte perché continuassi a leggerlo (ho speso 20 euro, mi sembra sia un motivo sufficiente a volte). Se nelle frasi che vi ho lì sopra sottoposto per un'analisi accurata, voi che di scrittura non siete digiuni, non avete trovato nulla che vi abbia procurato un moto di noia, fastidio o dubbio riguardo l'intelligenza del Murakami non penso di aver molto da aggiungere. Sarà un mio problema, sarò io incapace di sintonizzarmi sulle sue altissime frequenze, probabilmente.

Ma se un solo, misero e debole, dubbio vi è passato per il cervello, credetemi la risposta è:
NO.
Non avete capito male. Non avete mancanze di alcun tipo. Non c'è niente sotto quello che avete letto, c'è solo il vuoto. E' tutto lì.
Come nelle oltre 1000 pagine di 1Q84, è tutto lì.
Non c'è profondità. Ci sono tre buone idee (in embrione) sviluppate con un'ingenuità, una prevedibilità, una ridondanza imperdonabili.
Ogni possibile slancio filosofico si perde in un oceano di banalità. Lo stile piatto di certo non aiuta a rendere ciò che è effimero guizzo di luce... poesia.
L'intreccio è quello di un qualsiasi manga (semplificato), le spiegazioni tolgono ogni atmosfera intrigante auspicabile (visto il genere fantasy-non-so-cosa della storia).
Il suo allungare il brodo è del tutto controproducente, ti fa distrarre, ti fa notare a che pagina stai.La sospensione dell'azione è giocata senza astuzia, risultato?
Il tuo intuito ci arriva prima, molto prima, troppo prima.
Insomma, se qualcuno vi dice che Murakami è uno scrittore talentuoso, un genio, un artista e che siete voi a mancare di sensibilità nel giudicarlo, credetemi stanno mentendo per motivare il fatto che a loro il fumo negli occhi piace.

Nel romanzo presentato come la sua opera migliore ci sono pagine infinite di descrizioni che vengono ripetute senza alcuno scopo se  non quello di occupare spazio. Un mortificante riassunto delle puntate precedenti alla "Beautiful".
Ogni volta che la tensione pretende uno scoppio lui cosa fa? La sistema, rimette tutto a posto per poi ricominciare e  risolvere a metà, e poi di nuovo. Senza mai dire nulla di veramente illuminante, o anche vagamente interessante, che possa darvi un minimo di gratificazione.

Dunque: se ancora non l'avete letto io vi consiglio di evitarlo. Se volete capire quanto io abbia torto o ragione allora leggetelo e venite qui a dirmi cosa ne pensate. Se l'avete letto e siete imbufaliti perché vi è piaciuto, bhé... mi dispiace, ma io invece sono delusa dal fatto che gente intelligente e sensibile sia felice e soddisfatta di essere presa per i fondelli.

No, Haruki Murakami è un narratore come tanti, non un genio.


Dōmo arigatō.

b-

PS: se volete leggere una recensione entusiastica di 1Q84 allora andate qui: http://gruppodilettura.wordpress.com/2013/02/06/1q84-murakami-haruki/
No, non è ironia la mia, credo sia giusto darvi le due versioni. Par Condicio, ci hanno insegnato cosi.

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/tristezza/frase-130439?f=a:15010>3?f=a:15010>

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/tristezza/frase-136493?f=a:15010>

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/amore/frase-168376?f=a:15010>

venerdì 8 febbraio 2013

COME SI SCRIVE...

Arieccomi, Folks!

Una breve riflessione per sistemare meglio la mira per la nuova infornata di post che mi accingo a pubblicare in questo glorioso (perché lo sarà, glorioso, altroché) 2013.

Se siete soliti praticare l'arte scrittoria e non vi siete mai posti la domanda fatidica ("Ma cosa significa scrivere davvero bene?"), allora non avete ancora iniziato a fare sul serio.

Sì, perché una domanda come questa ti permette di scendere in profondità per toccare con mano i tuoi limiti, le tue possibilità, le tue ossessioni, le tue debolezze, i tuoi vuoti da riempire, i tuoi vuoti da far restare vuoti, i tuoi pieni da svuotare.
Se ti immergi hai qualche speranza di far pulizia e migliorare quello che già sai fare (o pensi, o speri, o ti auguri di saper fare).
Almeno io la penso così.
(*mi pare giusto specificarlo ora, non vorrei che il mio tono fosse scambiato per "saccenteria", qui illustro solo il mio punto di vista e non mi atteggio a Colei-che-detiene-la-Verità)

Ci sono Autori istintivamente generosi, sono quelli che ti si esplicitano come Maestri loro malgrado (discorso sfacettato, lo rimando a un "poi" qualsiasi).
Oggi mi farò aiutare da uno di loro, Erri De Luca.
Qui sotto riporto alcune sue righe dedicate al "come si scrive" e vi consiglio di leggerle e rileggerle e rileggerle parecchie volte, finché non si son fatte sangue nel vostro sangue.

A  presto, Folks!
b-



Fai come il lanciatore di coltelli,
che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo,
la precisione sta nell'evitare.
Distraiti dal vocabolo solenne,
già abbuffato;
punta al bordo, costeggia.
Il lanciatore di coltelli tocca da lontano:
l'errore è di raggiungere il bersaglio,
la grazia è di mancarlo.

(Erri De Luca)

martedì 5 febbraio 2013

UN BUON SCRITTORE...

Ohi, folks!
Bene, riprendere il discorso sulla scrittura mi preme parecchio, ma vorrei farlo in modo originale. No, non è facile. Chiunque abbia già scritto (bene) di scrittura ha tracciato delle linee nette, impossibili da superare. Perché? Semplicemente perché lo ha fatto secondo il proprio stile, e qui non si tratta di aver ragione o di aver torto, ma di punti di vista.

Ci sono degli Autori che adoro e del cui sapere mi nutro quotidianamente perché li sento familiari, vicinissimi alla mia visione. 
So che mi stanno dicendo la verità. Li so autentici. Li so capaci di aiutarmi a scrivere meglio. 
Altri Autori, che magari leggo con piacere, li reputo farlocchi nel loro esprimersi riguardo alla scrittura, o a quello che dovrebbe essere il mestiere di scrivere. Perché? Perché ci sono evidenti incongruenze tra quello che hanno scritto e quello che fan capire d'essere

So che non vi sto dicendo nulla di nuovo o di illuminante, ma mi serviva come introduzione perché voglio davvero trovare un modo per farvi arrivare qualcosa che possiate sentire  autentico. Perché non me ne viene niente a prendervi per il naso.

Oggi ho trovato una frase di Ennio Flaiano che mi ha fatto fermare. Mi sono fermata per molti minuti su questa sua affermazione. La trovo perfetta. 
Non solo perché mi accordo totalmente a questa sua visione, ma anche perché è un concetto semplice, evidente, disarmante eppure perennemente calpestato dagli scribacchini odierni. 

Ve la lascio qui. Fatene un po' quello che volete. Io me la tengo stretta, mi farà compagnia in certe notti gelide quando le domande mi si stringono alla gola.
       

"Un buon scrittore non precisa mai."


Ennio Flaiano


 (Tempo di uccidere, 1947) 

Buona riflessione e buona lettura, Folks.

b-